Si è parlato molto di educazione di genere negli ultimi mesi, anche nella mia pagina Facebook. Si è diffuso nel mondo della scuola e dei genitori un allarme fortissimo verso ogni forma di educazione che includa il concetto di “genere” al proprio interno. Proprio nelle ultime settimane a me è arrivata una richiesta di partecipazione a un progetto di prevenzione per un uso consapevole delle tecnologie da parte dei giovanissimi, ma con la clausola – sancita da una direttiva del Consiglio Provinciale del territorio che deve attuare il progetto – che gli argomenti sessualità, sesso, identità di genere e gender non venissero mai usati in modo esplicito. Insomma, per legge, chi fa prevenzione dovrebbe avvicinarsi ai temi caldissimi che vivono i ragazzi con una serie di tabù, sanciti da circolari e clausole dell’Ente Pubblico.
Io mi sono detto: se faccio bene il mio lavoro su questi temi, probabilmente i ragazzi mi riconosceranno come adulto autorevole e competente e a quel punto mi faranno domande che hanno a che fare certamente con gli “argomenti” sanciti come innominabili dalla Direttiva Provinciale. A quel punto io avrei dovuto dire ai ragazzi: “Scusate ma non posso rispondere alle vostre domande, perché per contratto ho dichiarato che non vi avrei dato risposte su alcuni temi considerati scomodi“.
Presumo che gli studenti si sarebbero sentiti delusi e traditi dagli adulti che avrebbero dovuto informarli e formarli. Naturalmente ho declinato l’invito a collaborare al progetto, facendo notare il rischio associato all’effetto paradosso che si sarebbe potuto verificare.
Mi chiedo e vi chiedo: ma è davvero questa l’educazione che dobbiamo promuovere per i nostri figli? Dopo la pubblicazione dei miei ultimi due libri – Tutto troppo presto (De Agostini Ed.) e Dire, fare, baciare. Cose che ai maschi nessuno dice (Feltrinelli Ed.) – ho incontrato migliaia di genitori nelle conferenze di presentazione. Ci siamo trovati tutti sulla stessa barca: incapaci di parlare di temi che stanno toccando le vite dei nostri figli in modo potentissimo, attraverso contenuti, parole e immagini che per loro possono essere molto pericolose. In queste settimane ho letto un bellissimo libro dedicato all’educazione di genere, intitolato: Mamma, perché Dio è maschio scritto da Rita Torti e pubblicato da Effatà Editrice. Nasce in un contesto cattolico, e afferma in modo forte e chiaro la necessità che ai nostri figli venga impartita un’educazione di genere che li aiuti a non incorrere in due rischi che potrebbero far loro molto male:

“Il primo rischio è che bambine e bambini, ragazze e ragazzi, non abbiano gli strumenti per porsi in modo vigile rispetto a modelli di mascolinitià e femminilità che oggi vengono loro proposti; e, prima ancora, per rendersi conto che si tratta appunto di modelli, di costruzioni sociali, in quanto tali negoziabili e modificabili. Di conseguenza sarà abbastanza difficile che pensino di esercitare lo sguardo critico, il senso etico, la libertà e le energie per contribuire a un mondo in cui maschi e femmine non siano intrappolati in stereotipi e dinamiche che limitano la pienezza umana e ostacolano la realizzazione di una convivenza arricchente per entrambi. E – secondo rischio – se e quando vorranno farlo, non avendo ricevuto in eredità storie, esempi, pratiche e domande a cui appoggiarsi è come se ogni volta dovessero ricominciare daccapo: di fronte a sé, di fronte ai pari, di fronte alle resistenze della società. Uno spreco di energie per legittimarsi, quando invece le energie dovrebbero essere usate per vivere” (da Mamma, perché Dio è Maschio di R.Torti, Effatà Editrice, 2013 pag. 48-49). Per prevenire questi due rischi, la logica da perseguire nell’educazione di genere dovrebbe perciò diventare quella ben definita da Barbara Mapelli nell’introduzione allo stesso volume che scrive: “siamo tutti e tutte uguali nella differenza, nella differenza di genere, nella differenza che ognuno rappresenta nel suo essere nel mondo come individuo unico e irripetibile, ma che trova nella sua appartenenza sessuale i vincoli e le risorse, che si radicano in culture condivise nei secoli della nostra storia, per riconoscere il senso attuale di tali storie e riconoscersi come protagonisti di narrazioni collettive che abbiamo contribuito a mutare, migliorare, per noi, per chi verrà dopo di noi. Per comprendere e praticare vera uguaglianza, quella cioè che non riconosce alcun primato a un modello unico e falsamente neutrale – uomo, bianco, detentore di diritti e poteri – ma riconosce piuttosto lo stesso valore ai molti modi di essere umani. Discutere, comprendere e accettare le differenze di genere è quindi una grande apertura che insegna a comprendere, accettare e valorizzare tutte le altre differenze.”
E allora perché tutto questo ci sta spaventando così tanto? Perché parlare di “stereotipi di genere” e “cultura di genere” sembra oggi quasi un reato, qualcosa che deve essere vietato addirittura da una Direttiva Provinciale. Dovremmo davvero abbandonare i pregiudizi, le false ideologie, dovremmo smetterla di difenderci dietro a steccati che servono soltanto a mantenere uno “status quo” rigido e difensivo, dove non cresce l’uomo, non cresce la cultura, non cresce il progetto di vita che i nostri figli potranno coltivare grazie alla nostra lungimiranza e a quella dose di umana speranza che va al di là dei principi e delle norme, perché dovrebbe abitare nell’intelligenza e nel cuore di ciascuno di noi.
Già, perché educare ad una convivenza rispettosa, civile, attenta e sensibile ci sembra oggi pericoloso al punto tale da non poter affrontare gli argomenti “sessualità, sesso, identità di genere e gender” in un progetto per giovanissimi?
Lascio a voi la domanda, a voi la discussione, a voi l’approfondimento. Se credete nell’importanza della democrazia e nella necessità di generare dialogo per abbattere tabù puramente ideologici, condividete questo post con altri genitori ed educatori.