In Kung Fu Panda III molti genitori potranno rivedere se stessi alle prese con la crescita di un figlio che deve capire chi vuole essere veramente e qual è il suo destino nella vita. Ma un gruppo ancora più speciale di genitori vedrà in parte raccontata la sua storia: mi riferisco ai genitori adottivi. In questo episodio infatti il panda PO incontra il proprio padre biologico e parte alla scoperta delle sue radici e del territorio in cui è nato accompagnato dai suoi due padri: quello naturale e quello adottivo.

La storia si snoda intorno al tema della ricerca del proprio progetto di vita: il saggio Maestro Shifu che sostiene Po verso la realizzazione del proprio destino e la conquista delle competenze gli fa capire che lui è pronto a ritirarsi e che perciò Po dovrà sostituirlo e diventare insegnante di Kung Fu. Po non si sente all’altezza del ruolo. Comprende che per lui sta per finire il tempo dei giochi e che la vita lo sta aspettando: è bellissima la scena in cui PO si trastulla con i suoi giochi nella tinozza immerso nel bagno schiuma. In quella tinozza sta per terminare la sua infanzia. E’ tempo di adolescenza.

E’ in questo passaggio del suo ciclo di vita che compare all’improvviso il suo padre biologico. Po infatti è un stato cresciuto da Mr Ping, un’oca, suo padre adottivo, cui è legatissimo. La comparsa del suo padre biologico giunto nella Valle della Pace alla ricerca del figlio, mette tutti in “viaggio”.

Po viaggia per tornare nella sua terra di origine, dove incontra tutti i suoi consimili e riscopre usi e costumi che appartengono al suo DNA originario.

Li Shan invece, padre biologico di Po e capo del villaggio segreto dei panda, fa un viaggio nella paternità che ha sempre immaginato e non ha mai vissuto direttamente. Aver ritrovato il proprio figlio gli conferisce l’orgoglio di padre ma lo obbliga a rimanere con il fiato sospeso per tutto il tempo della storia. Po, infatti, si espone a situazioni molto rischiose che ne mettono in gioco l’incolumità e il suo padre naturale si sente travolto dall’ansia di doverlo e volerlo proteggere. Un istinto molto noto a tutti i papà e le mamme quando i loro figli entrano in quello tsunami chiamato adolescenza.

Mr Ping invece fa un viaggio nel suo peggiore incubo: si nasconde nella cesta delle provviste all’insaputa degli altri due e a metà del viaggio fa la sua ri-comparsa sulla scena. Lui che ha cresciuto quel piccolo panda fin da quando era piccolo non può abbandonarlo e lasciarlo andare e perciò si unisce a lui in questo viaggio.

Si costituisce così uno strano trio fatto da due papà e un figlio, dove ogni personaggio fa un viaggio alla ricerca di se stesso, di quello che la vita lo ha fatto diventare e di quello che invece ciascuno vuole essere. “Trasforma te stesso nel tuo vero te stesso”: è questo il messaggio del film e per riuscirci Po dovrà scoprire dentro di sé le risorse e le competenze per vincere le forze del male, qui impersonate da Kai, spirito maligno e guerriero che vuole tornare sulla terra e dominare il regno dei mortali, rubando l’energia vitale (quella che nel cartone viene chiamata “CHI”) proprio al Panda Po.

Il cartone procede con una serie di combattimenti e di scene molto divertenti dove ogni personaggio mostra agli altri i propri punti di forza e le proprie debolezze e paure e va alla ricerca della conferma dell’affetto che lo lega all’altro.

Il cartone, presenta in forma molto esplicita, alcuni temi che colpiranno i genitori dritti al cuore. La fatica di sostenere il progetto di vita di un figlio che, non più bambino, deve andare alla ricerca di se stesso e non può più essere quello che gli adulti hanno creduto che fosse fino a quel momento.

Ma soprattutto il film presenta il tema dell’adozione nella prospettiva, inedita, di due genitori che si confrontano con uno smisurato amore verso il medesimo figlio. Mentre di solito in adolescenza, il figlio adottato va alla ricerca delle sue radici, qui la situazione è praticamente rovesciata. E’ il genitore naturale che va alla ricerca del proprio figlio, abbandonato anni prima. Una fantasia che molti figli adottivi hanno e che potrebbe destare qualche domanda inaspettata nelle famiglie adottive che portano i propri figli a vedere questo cartone. Per la prima volta, inoltre, un cartone vediamo un genitore naturale e un genitore adottivo a confronto. Empatizziamo con la sofferenza di Mr Ping nel lasciare che suo figlio si riavvicini al proprio genitore biologico, ma gioiamo anche della capacità dei due padri di saper costruire, alla fine di tutto, un’alleanza tra adulti che fa bene a tutti. A loro come al loro figlio.

Un duetto di padri che ha generato la polemica, nel mondo dei detrattori della teoria del “gender”, per cui questo cartone insegnerebbe ai bambini che due genitori dello stesso sesso sono equivalenti ad una coppia genitoriale costituita da una mamma ed un papà. Sinceramente l’ultima cosa che mi sembra faccia vedere questo cartone è la “genitorialità gay”. Proprio ieri su tutti i giornali è comparsa la notizia che in una scuola dell’infanzia umbra alcuni genitori hanno ritirato i propri figli dall’uscita scolastica che li avrebbe visti partecipare con i compagni alla visione del cartone presso un cinema locale. Una decisione presa proprio sull’onda dell’allarme gender. Personalmente penso che questo cartone non abbia davvero nulla a che fare con il gender. Credo invece che il tema rappresenti in modo molto esplicito le domande e i conflitti interiori che spesso sono presenti nelle famiglie adottive e affidatarie soprattutto quando sopraggiunge l’adolescenza. Un tema che il film racconta con le sue fatiche ma anche con tante risate. Un cartone che io ho visto con i miei due figli più piccoli di 7 e 9 anni che si sono divertiti e che al termine mi hanno chiesto tante cose sull’adozione, aspetto che secondo me aggiunge valore alla storia. Un cartone che però piacerebbe – ne sono convinto – anche ai preadolescenti. E in effetti nella fila davanti alla mia c’erano cinque tredicenni, che hanno molto gradito ogni passaggio, forse le scene di combattimento più di tutte le altre.

Un film che fa pensare. Ma anche sorridere. Perché sorridere, alla fine, rimane sempre il miglior modo per pensarsi e ri-pensarsi nelle sfide e nelle situazioni alle quali la vita ci pone di fronte.

(questo mio articolo è stato pubblicato sul sito di quimamme.it ed è disponibile per la condivisione a questo link:

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