Negli ultimi anni, all’interno del progetto di lavoro che sto perseguendo nell’area dell’educazione emotiva, affettiva e sessuale, ho dedicato una grande attenzione al tema dell’educazione di genere.
Il progetto editoriale abbinato a quest’area tematica mi ha visto prima autore di un libro rivolto ai ragazzi (Baciare, fare, dire. Cose che ai maschi nessuno dice, Ed. Feltrinelli), poi di un libro rivolto alle ragazze (Girl R-Evolution. Diventa ciò che sei. Ed. DeAgostini). Questi due libri hanno suscitato grande interesse, sono stati accolti molto bene sia dai ragazzi che dai genitori. Hanno permesso anche di uscire dal conflitto ideologico associato al concetto di educazione al gender, mostrando e dimostrando con strumenti concreti che fare “educazione di genere” non significa insegnare ai ragazzi e alla ragazze che possono essere ciò che vogliono, scegliendo di essere un giorno maschi e un giorno femmine (questo è uno dei concetti più ribaditi nella conferenze dedicate all’allarme gender e sinceramente io lo trovo comico, ma mi accorgo che tantissimi adulti ne sono allarmati e scandalizzati). L’educazione di genere promuove competenze di vita e autoriflessività, aiuta ragazzi e ragazze ad uscire da ruoli e copioni orientati intorno a stereotipi di genere ancora molto presenti nel nostro contesto socio-culturale, che spesso mortificano la crescita dei nostri figli e figlie e le relazioni umane, affettive e professionali tra uomini e donne. Aver ascoltato in una conferenza sull’allarme gender una relatrice che affermava che il femminicidio è un “monstrum” giuridico, in quanto esiste già il reato chiamato omicidio e quindi non c’è bisogno di generare ulteriore spottospecie e voci di reato, mi ha francamente fatto sobbalzare sulla sedia. Esattamente come credo che l’omofobia resti un problema molto grave e presente di cui è difficile essere pienamente consapevoli se non si è omosessuali. E se molti omosessuali dichiarano di aver sofferto molto nel proprio percorso di vita a causa dell’omofobia, forse faremmo meglio ad ascoltare ciò che hanno da dirci, invece che farli sentire sbagliati.
Su molti di questi temi si concentrano i contenuti del mio nuovo libro che in questi giorni è disponibile in libreria. Si intitola “Bulli e pupe. Come i maschi possono cambiare, come le ragazze possono cambiarli”. (Ed. Feltrinelli). In questo caso si tratta di un libro dove ragazzi e ragazze si confrontano. Il focus del volume rimane il “maschile” ma questa volta viene affrontato all’interno di un dialogo in cui le ragazze parlano ai ragazzi, raccontando cosa vedono e cosa sentono, cosa le lascia a volte ammirate e a volte confuse dal modo in cui i loro coetanei maschi si muovono nella vita, affidandosi a stereotipi di genere che spesso fanno male agli stessi ragazzi e quasi sempre fanno male alle ragazze, quando si coinvolgono in relazione emotive e affettive con loro.
Molti nostri figli crescono ancora convinti che certe frasi e valori siano tuttora validi e conformi e nel mondo dei maschi. E invece dovremmo invitarli a riflettere se davvero nel terzo millennio vale ancora la regola “Occhio per occhio, dente per dente”. E dovremmo aiutarli a riflettere sul perché tra uomini (quante volte questa frase è stata pronunciata dai padri!) tuttora si ammicca e sorride, invece di provare fastidio, quando qualcuno pronuncia l’orrenda frase: “Meglio morto che gay”. O perché ancora c’è chi pensa che una donna non possa essere pilota d’aereo e un uomo non possa diventare campione di nuoto sincronizzato. Per esempio sapevate che quando l’italianissimo atleta Giorgio Minisini ha conquistato una medaglia olimpica nel nuoto sincronizzato, il ministro dello sport russo, che di quei giochi era il referente politico, ha detto: Non credo che questo sia uno sport per veri uomini?
Perché molti nostri figli sono ancora convinti che quando c’è un problema, quando soffrono, quando si sentono travolti da emozioni che non sanno gestire oppure sono travolti da problemi più grandi di loro l’unica strategia da adottare sia il silenzio perché il vero uomo non deve chiedere mai (vi ricordate la pubblicità di un noto profumo maschile che aveva scelto proprio questa frase come suo slogan)?
E ancora perché i nostri figli crescono convinti che i veri uomini non devono mai avere paura di niente? Forse la paura è un’emozione primaria non codificata all’interno del cromosoma Y?
Ecco, il libro “Bulli e pupe” parte proprio da queste domande e le analizza sia nella prospettiva dei ragazzi che in quella delle ragazze. Perché insieme riescano ad essere questo: ragazzi e ragazze e non, come spesso avviene, “bulli e pupe”.