Ad una 15enne finita nell’inchiesta sulla baby-prostituzione nel quartiere Parioli di Roma, il Giudice ha offerto un risarcimento davvero inusuale: la lettura di libri che aiutino la ragazza a ripensare a se stessa e alla propria “femminilità” in termini differenti, non più cercando di costruire il proprio valore intorno al denaro che le procura la vendita del suo corpo, bensì lavorando su se stessa come individuo in formazione. Per formarsi non c’è bisogno di soldi in tasca. C’è bisogno di cultura, che non necessariamente è scritta nei libri. Ma sta scritta nelle relazioni, nell’esempio delle persone con cui siamo in contatto, nella definizione dei nostri valori che poggiano sulle radici profonde da cui scaturisce “l’albero della nostra identità”. Le baby-squillo hanno, fin da giovanissime, poggiato la loro identità solo sul valore del denaro che potevano guadagnare vendendo il proprio corpo. Come si può essere arrivati, a soli 15 anni, a credere che il proprio valore dipenda dai soldi guadagnati vendendo il corpo? Come si può credere che il senso di sé dipenda dalla propria capacità di acquistare oggetti di moda, beni di lusso, vestiti di marca? Come ci si può trasformare in manichini senz’anima, capaci solo di mostrare e mettere in gioco il proprio “fuori”, di svuotare la propria sessualità di ogni dimensione emotiva e relazionale rendendola merce di scambio, oggetto di compravendita?
Difficile dare risposta a queste domande, dolorose e necessarie al tempo stesso. Ma la pena inflitta dal giudice all’adulto che aveva avuto rapporti con la minore, ovvero un risarcimento non solo in denaro ma anche in libri di formazione da leggere per rifondare nuovi significati e un nuovo senso di sé a me sembra magistrale. Trovo che in questa sentenza ci sia un monito rivolto a tutti noi, adolescenti compresi: se non curiamo il nostro mondo interiore, se non approfondiamo la ricerca dei significati attraverso un paziente lavoro di analisi, studio, riflessione, verifica rischiamo di diventare un “niente”, un oggetto senza anima. Che siccome è un niente può essere messo in vetrina e venduto, come un oggetto qualsiasi, a chi è disposto a trattarlo come tale. Per cui trovo fondamentale che la possibilità inscritta nel risarcimento vada nella direzione di aiutare la ragazza a costruirsi un “dentro”, un’interiorità in cui definire quei significati che le possano permettere di diventare se stessa e non un oggetto da usare e consumare per fare denaro.
Ma se permettete io avrei aggiunto una sanzione in più: ovvero quei libri, proposti alla ragazza, io li avrei fatti leggere anche a tutti gli uomini che hanno usato quella ragazza come un oggetto. Perché anche loro del femminile e dei significati del nostro stare al mondo….. non hanno capito nulla. Ovvero, il vuoto interiore della ragazza è probabilmente lo specchio del vuoto interiore degli adulti che l’hanno usata come un oggetto di piacere. E allora, mentre proviamo a cambiare il vuoto culturale in cui crescono le nostre figlie (e i nostri figli), facciamo attenzione anche al vuoto culturale che noi adulti, per primi, stiamo creando intorno a loro. Di cui spesso siamo corresponsabili.
Ecco io avrei raddoppiato la pena per due: 30 libri da far leggere alla ragazza, ma anche 30 libri da far leggere al suo utilizzatore. E speriamo che in quanto utilizzatore, non si sia “tirato fuori” dalle sue responsabilità definendo se stesso come un semplice “utilizzatore finale”. Ah, già scusatemi….ma questa è un’altra storia. Tristissima, ma è un’altra storia. O no?