Quante volte “educare un figlio” significa intraprendere un tiro alla fune che a volte ci lascia sfiniti? Eppure, io penso che quella associata al tiro alla fune sia una stanchezza necessaria e inevitabile per noi genitori. Spiegare il tiro alla fune genitori-figli ad un adolescente non è impossibile. Io con mia figlia lo farei così: “Vedi, ho spesso pensato che, dopo il tuo ingresso in adolescenza, io e te avremmo cominciato a fare uno strano gioco. Non so spiegartelo bene, ma se ti dovessi fornire un’immagine, secondo me la più azzeccata è quella del tiro alla fune. Io sto da un parte e tu dall’altra. Quando eri piccola, tu non volevi nemmeno metterti a tirare la fune dalla tua parte. A te piaceva venire subito dalla mia, volevi giocare con me, essere una mia alleata. Poi all’ingresso alla scuola media, tu hai cominciato di tanto in tanto, a metterti dall’altra parte della fune. Ora, sempre più spesso, ti vedo dall’altra parte, nella tua metà di campo, in cui, aggrappata al tuo lembo di corda, tiri con tutta la forza che hai in corpo e cerchi di farmi entrare nel tuo territorio. Provi a stabilire un nuovo equilibrio tra noi due, dove tu hai tanta voglia di vincere ed io non vorrei cedere nemmeno di un passo. Sai, in questo gioco, io capisco cos’è la vera fatica di un padre. A me riuscirebbe facile vincere, senza troppo sforzo, questo gara con te. Io so di essere oggettivamente più forte di te. Mi basterebbe dare uno strattone più forte alla corda, imprimere ai miei muscoli emotivi tutta la potenza che c’è in me ed in un secondo tu cascheresti per terra, e verresti trascinata nella mia metà di campo, senza poter far nulla per opporti. Molti padri, fanno così. Non fanno giocare i loro figli, mai, in questa strana partita, e in tale modo li obbligano solo ad essere obbedienti. Ma così facendo, io so che ti crescerei colma di rabbia e rancore, piena di ostilità verso un uomo – tuo padre – che non ti permette di diventare grande. Il mondo è pieno di uomini e donne, che, da adolescenti, sono stati obbligati a vivere come fantocci, dominati dall’invadente presenza di madri e padri per cui nulla era negoziabile, capaci solo di far fare ai figli ciò che li rendeva tranquilli. Io non voglio questo per te.
Del resto, so anche che in questo tiro alla fune, c’è un altro pericolo. E’ quello che intravedo per le molte tue amiche, che a 15 anni sono già totalmente padrone del loro sabato sera, potendo andare dove vogliono e tornare a casa quando preferiscono. Ecco, io credo che in alcuni casi, ci sono padri, che di fronte ai figli che crescono, decidono di mollare subito la fune. Non provano neanche un minuto a giocare con i loro figli. Hai mai visto cosa succede nel tiro alla fune, quando da una parte, all’improvviso, i concorrenti mollano improvvisamente la presa? La squadra, dall’altra parte, impegnata a tirare al massimo della propria potenza, si ritrova allo sbando. Solitamente tutti cominciano a correre all’indietro, perché la loro forza ora non ha più un avversario contro il quale essere esercitata. Ma questa corsa all’indietro è disordinata, disarmonica, a volte anche molto pericolosa. Se la squadra è numerosa, tutti cominciano a cadersi addosso, qualcuno potrebbe anche farsi male, molto male. Mi sembra un’immagine coerente, per raccontarti il pericolo che vedo nell’elargire ad una figlia adolescente la libertà, così, tutta in un colpo. Se ci pensi bene, quando uno vince una gara perché l’avversario dall’altra parte abbandona il gioco all’improvviso, la vittoria non ha un bel sapore. Non ci si sente dei veri vincitori, perché è mancata la possibilità di sperimentare che si è davvero diventati campioni, in quanto si è realmente più forti, più competenti, più bravi del proprio avversario.
Ecco invece come io ho deciso di giocare il mio tiro alla fune con te: io ho deciso che che sto dalla mia parte della fune e ti guardo, per l’appunto, negli occhi. Non mollo la presa e non mollo lo sguardo. Però voglio anche che tu sappia una cosa che ti rivelo per la prima volta, proprio in occasione di questa lettera. E’ un modo per giocare con te a carte pari, per condividere con te alcuni trucchi o semplicemente le poche intuizioni che ho posto alla base della nostra relazione: proprio perché ho totale fiducia in ciò che sei e in quello che fai, non ha senso che io faccia trascorrere altro tempo senza comunicarti ciò che da tempo è per me diventata convinzione e certezza.
Desidero che tu sappia che io proprio non voglio vincerla questa gara di tiro alla fune con te. Io voglio solo giocare il più a lungo possibile. Questo è il mio reale obiettivo: far durare la nostra partita per tutto il tempo in cui tu abiterai lo spazio della tua adolescenza. Spazio, che, se ci pensi bene, non ha un inizio e una fine ben definiti. Non c’è un giorno specifico in cui ti alzi alla mattina e puoi annunciare al mondo “Fermi tutti, da oggi sono un’adolescente”. E ti accorgerai che, parimenti, non esisterà un giorno in cui potrai dire che la tua adolescenza è finita. E’proprio questa incompiutezza e indefinitezza del periodo che la tua vita ti sta facendo attraversare che rende per me così fondamentale il doverci esserci, anzi concedimi il verbo, il volerci esserci, lì, di fianco a te.
Come gestirò la mia partita? Non lo so precisamente nemmeno io, ma di certo non ti impedirò di metterti alla prova con tutta la tua forza contro di me.
Ho escluso a priori di vincere.
Questo significa che ogni volta che sento che stai per mollare la presa e tirarti indietro, io ti incoraggerò ad andare avanti, a ricercare la volontà e la determinazione dentro di te, per tenere il passo, per sentire che sei in grado di farmi fuori. Del resto, ogni volta che io mi sentirò stanco, che vorrei essere altrove invece che lì, a sostenere una gara di tiro alla fune che mi ruba tempo ed energie a cose che in certi momenti mi potrebbero sembrare molto più importanti, io ricorderò a me stesso che da quando sei nata, nulla è più importante nella mia vita di te e della mia famiglia. Quindi non ci sarà stanchezza, lavoro o desiderio di prestigio che mi motiveranno ad abbandonare il campo.”