IO E IL GENDER
Torno su questo tema per più di un motivo. Il messaggio è molto lungo, ci vogliono almeno 20 minuti per leggerlo tutto. Se non li avete, lasciate perdere. Ma se il tema vi interessa, forse vale la pena arrivare fino all’ultima parola.
In passato, in pieno allarme “educazione al gender” ho scritto e spiegato la mia posizione. Ho parlato da uomo, da padre, da professionista. E ho parlato anche da cattolico. Lo sono ed è un’identità per me importante. Per aver detto e scritto, in modo secondo me motivato (ma come è giusto che sia, in tanti si sono dichiarati non d’accordo), perché non credo che la cosiddetta “ideologia del gender” rappresenti un pericolo per i nostri figli e l’umanità, mi sono trovato al centro di articoli denigratori nei miei confronti, ho visto la cancellazione di alcune conferenze programmate in tempi precedenti alla mia presa di posizione, sono stato eliminato dalla lista dei collaboratori di alcune testate che fino a quel momento mi avevano considerato un professionista valido. Ho visto scritte relativamente a me cose che sono “anni luce” lontane dalla mia persona, dal mio modo di essere e di pensare.
L’ultimo caso mi sembra eclatante. Per questo lo comunico e condivido.
Succede che dovrò tenere una conferenza per genitori su temi educativi legati propri alla questione dell’educazione di genere. La conferenza si intitolerà “Bulli e pupe. Come i maschi possono cambiare, come le ragazze possono cambiarli”. E’ anche il titolo di un libro per adolescenti che ho pubblicato l’anno scorso per l’editore Feltrinelli, un libro che molti ragazzi e ragazze hanno letto a scuola e, per quanto ne so, non è mai stato ritenuto problematico.
Ai genitori che hanno ricevuto l’invito, è stato inviato un contromessaggio, presumo da esponenti del movimento “no gender”. Il messaggio mi è stato inviato per conoscenza e quindi lo incollo qui sotto. Dice testualmente così:
“Dilaga l’ideologia del bambino (già) competente e l’apertura agli estranei dell’intimo dei bambini.
Mamme attente!!! Se vi arriva questo invito…. Oggi le mamme della scuola primaria di (e si fa riferimento al paese in cui terrò la conferenza) hanno ricevuto su whatsapp un invito a partecipare ad un convegno filo gender
L’educatore dott. Alberto Pellai col suo progetto “porco spini” svolge esperimenti affettivi sui bambini. Qui si mira a creare un legame intimo dei bambini con persone estranee ai genitori.
Linguaggio esplicito, esplorazione collettiva di parti intime, diario segreto. Per minorenni??!! Ma siamo ammattiti?
Questo signore propone un progetto tutto personale, sperimentale (cioè mai realizzato da nessun’altro prima) nelle scuole.
Questo teorico avrebbe perfino l’autorizzazione della CEI ad operare nelle scuole cattoliche”.
Il messaggio termina con il link ad un sito che a sua volta ha pubblicato un articolo in cui vengo citato sempre con la qualifica di responsabile di un progetto che fa male ai bambini.
Alle mamme vorrei dire che io non so se dovete – o meno – fare attenzione alla mia pericolosità sociale, secondo quanto vi viene proposto in questo messaggio. Le cose che so, però sono queste:
a) Il mio non sarà un convegno filo-gender. Non potrò mai partecipare ad un convegno filo-gender, perché non aderisco in nessun modo all’ideologia gender, in quanto secondo me non esiste.
b) Non sono un educatore, anche se spendo il tempo più bello della mia vita ad educare i miei figli (con tutte le imperfezioni del caso), a scrivere libri su temi educativi, a lavorare con pazienti che chiedono il mio aiuto, a fare formazione con docenti, genitori, specialisti di varie professioni socio-sanitarie e psico-pedagogiche. Io in realtà sono un medico, ho due specializzazioni e un dottorato di ricerca. Questo non mi rende migliore di un educatore di professione, sia chiaro. Però, ci tengo a dire che ho trascorso ben 17 anni della mia vita a fare studi universitari e post-universitari. Teoricamente, mi sembra di aver cercato di “formarmi” in modo responsabile. Leggo ogni anno moltissimi libri e sì ho letto anche tutti i libri dei movimenti no gender, i libri sulla sottomissione femminile, sul maschio selvatico e chi appartiene al movimento “no gender” sa di che cosa sto parlando. Ho anche partecipato come spettatore a conferenze sull’allarme gender. In una ho sentito anche raccontato in modo molto problematico il mio lavoro. Insomma, quando parlo cerco di sapere bene di che cosa parlo.
c) Il progetto in questione non si intitola “porco spini”. Scritto così sembra un progetto che ha a che fare con i maiali. Il progetto in questione si chiama “Porcospini”, è ispirato al mio metodo di prevenzione primaria degli abusi sessuali sui bambini intitolato “Le parole non dette” e pubblicato dal centro studi Erickson. Il progetto non è gestito da me, ma da una cooperativa che ha molta esperienza educativa ed è molto stimata nei territori in cui opera. “Le parole non dette” in 15 anni ha coinvolto decine di migliaia di bambini e famiglie ed è sempre stato ritenuto un progetto molto valido. Se è pericoloso, aiutateci a capire perché e quali pericoli ha scatenato. Ad oggi, nessuna famiglia con “nome e cognome” ha mai denunciato la pericolosità di questo progetto. Da tre anni però, il movimento “no gender” ne parla come di un progetto pericolosissimo.
d) Per esempio, nel messaggio che vi ho riportato si dice che:
– svolgo esperimenti affettivi sui bambini. Non so che cosa significhi questa frase: qualcuno me la può spiegare?
– Si dice che “qui si mira a creare un legame intimo dei bambini con persone estranee ai genitori”: ecco ci tengo a dire che il progetto mira all’esatto contrario. Ovvero far sì che i bambini raccontino ai propri genitori ogni situazione problematica in cui qualcun altro (e non necessariamente un estraneo, perché a volte – ahimè – si tratta di persone molto ben conosciute dal bambino che diventa vittima di abusi sessuali) ha un contatto intimo con il bambino o fa qualcosa con lui procurandogli una sensazione di fastidio e disagio.
– Linguaggio esplicito: il programma in realtà vuole aiutare i bambini all’esatto contrario, ovvero a non usare termini volgari e dispregiativi in riferimento ad aspetti correlati alla sessualità.
– esplorazione collettiva di parti intime: in molti convegni “no gender” viene proprio detto così, ovvero che nel progetto “Le parole non dette” i bambini devono attivamente esplorare i genitali dei compagni. Il progetto mira all’esatto contrario: il messaggio che i bambini ricevono è che “nessuno può toccare i tuoi genitali tranne il medico che ti cura e chi si prende cura della tua igiene personale”. Per cui non comprendo in che cosa consisterebbe questa attività di esplorazione dei genitali.
– diario segreto: i bambini compilano durante e dopo le lezioni un “diario di bordo” personale, che registra attività dopo attività i loro apprendimenti. Possono decidere di condividerlo con chi vogliono. Ma anche no. Il concetto che viene rinforzato è quello di “intimità e privatezza”: non tutti possono forzare il tuo bisogno di sentirti protetto rispetto a ciò che per te è intimo e privato. In tempi in cui i ragazzi esibiscono tutto di sé nei social network, a me sembra che questo obiettivo educativo sia davvero fondamentale. E naturalmente, mai i bambini ricevono il messaggio di tenere nascosto qualcosa a mamma e papà.
– Si dice che “questo signore propone un progetto tutto personale, sperimentale (cioè mai realizzato da nessun’altro prima) nelle scuole”: il progetto non è personale, ci sono centinaia di articoli scientifici in letteratura presenti su questo modello di intervento preventivo, lo hanno fatto da 15 anni migliaia di bambini e di famiglie.
– Si dice che “questo teorico avrebbe perfino l’autorizzazione della CEI ad operare nelle scuole cattoliche”: non ho mai avuto alcun genere di contatto con la CEI, non possiedo nessun genere di autorizzazione ad operare nelle scuole cattoliche. Nelle migliaia di mail che ho nel mio folder personale, neanche una è firmata da un vescovo o un cardinale. E’ vero invece che ho tenuto molti incontri in scuole cattoliche, in molte parrocchie e che molti sacerdoti e suore mi hanno chiesto di parlare ai genitori con cui si interfacciano. Per esempio, questa settimana sono stato a tenere una conferenza al seminario di Bergamo, invitato dal Rettore (450 persone presenti) e domenica pomeriggio sarò alla Parrocchia di Rocco Briantino (Provincia di Monza Brianza). In base alla mia presunta pericolosità sociale, vorrei informarvi che i 450 presenti alla conferenza di Bergamo ormai hanno già ascoltato le mie parole “devianti” e quindi non sono più salvabili. Magari, però, potete cominciare un tam tam e magari boicottare la partecipazione alla conferenza di domenica pomeriggio.
Ecco, ho scritto tutto. Vorrei concludere questo post con il modo in cui ho concluso il mio libro “Bulli e pupe”. Il capitolo finale è l’epilogo di tutto il percorso di educazione di genere che propongo agli studenti nelle pagine del volume. Leggete e valutate se questo modo di parlare ai ragazzi secondo voi è pericoloso, è disvaloriale. Riporto in questo capitolo un episodio dove la confusione e la stupidità degli adulti fa molti danni, ma i ragazzi vi rimediano. Io ho fiducia: nei ragazzi, nel buon senso. Credo nel futuro.
Aiutatemi anche a capire se davvero col mio lavoro, invece di costruire un mondo migliore, sto facendo danni. In questi anni non mi sono mai negato al dialogo: ma un conto è “dialogare”, un conto è “screditare”. Se vi va, commentate e fate sentire la vostra voce. Condividete il più possibile questo messaggio, se volete mostrarmi solidarietà. Devo proprio dire che oggi sento di averne bisogno.
“Costruire un dialogo sano, ricco, nutriente tra maschi e femmine, ragazzi e ragazze, uomini e donne dovrebbe essere semplice e naturale. Ma per molto tempo e per una percentuale significativa della nostra umanità non è così.
Il “gender gap”, ovvero la distanza che esiste tra maschi e femmine, semplicemente generato dal fatto che uno è maschio e l’altra è femmina, è tuttora molto potente e crea sofferenza, disagio, fatica, violenza, ineguaglianze a molte vite umane, in ogni latitudine e longitudine del mondo.
Riuscire a creare un mondo migliore e più giusto per tutti è un diritto che non ha genere: ecco perchè su questo aspetto moltissime persone stanno lavorando. Uomini e donne, intellettuali, politici e giuristi sono impegnati a promuovere il tema delle pari opportunità, a sconfiggere le ineguaglianze di genere, a diffondere l’educazione di genere.
L’educazione di genere si concentra sull’analisi delle differenze tra il genere maschile e femminile, nella logica di valorizzare la ricchezza che deriva da esse e di stimolare le pari opportunità e l’abbattimento degli stereotipi di genere. L’educazione di genere non insegna ad essere identici e flessibili rispetto al genere, ma valorizza, nella diversità dei generi maschile e femminile, la garanzia e il diritto ad avere uguali diritti e opportunità nella vita. E’ un’educazione così importante che in questo momento in Italia un Decreto di Legge la vorrebbe introdurre come una materia obbligatoria nelle scuole di ogni ordine e grado. Realizzare e promuovere i principi dell’educazione di genere nella scuola significherebbe assicurare “l’educazione alla parità di genere, la prevenzione alla violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle relative tematiche”, nella logica di combattere e andare contro gli stereotipi, i pregiudizi, le discriminazioni, il bullismo omofobico.
Voi che leggete questo libro magari lo state facendo proprio all’interno di un progetto scolastico di questa natura. Insomma, venite aiutati dagli adulti ad promuovere riflessioni e pensieri su un’area così importante della vostra vita e di quella di chi vi vive a fianco.
Ma io vi invito, ragazzi e ragazze, a non pensare che questo cambiamento avverrà solo perché gli adulti vi coinvolgeranno e ve ne renderanno protagonisti. Solo perché ci sono educatori, politici ed intellettuali che ogni giorno promuovono idee, parole, leggi e azioni che vanno in questa direzione. Il vero cambiamento in questi ambiti parte dal basso: ognuno di noi è corresponsabile della società in cui si trova a vivere e del mondo in cui crescerà e invecchierà.
Perciò anche tu che stai leggendo hai un ruolo. Da subito. E credo che il miglior modo per dimostrartelo sia raccontarti ciò che un gruppo di ragazzi hanno fatto un giorno in una palestra.
C’era in corso una sfida tra due squadre di pallavolo, all’interno di un campionato giovanile. Protagonisti i 13dicenni di due società lombarde. Una squadra schierava soltanto ragazze all’interno della propria compagine. L’altra, invece, utilizzando una nuova norma inserita nel regolamento dalla Federazione Nazionale della Pallavolo, presentava invece una composizione mista, con ragazzi e ragazze. La formazione mista sta vincendo. I genitori della squadra che sta perdendo e che sono lì nella palestra, cominciano a fibrillare. Pensano: “Non è giusto che una squadra che annovera al proprio interno anche i maschi giochi contro una squadra tutta femminile”. Il clima si fa teso. La sconfitta sembra inevitabile. E allora qualche adulto comincia ad offendere. Chi viene offeso? I maschi che stanno giocando sul campo. Come vengono offesi? Venendo additati come omosessuali. Ma chiaramente gli adulti non usano questa parola e ne collezionano una serie contenente i peggiori luoghi comuni sui gay. A questo punto la sfida sul campo si trasforma in una vera e propria guerra fuori dal campo. Ovvero i genitori dei ragazzi offesi si scagliano contro i genitori che hanno appena additato i loro figli come omosessuali. Si danno schiaffi, calci e pugni. La partita viene interrotta. Tutto sospeso.
Nel silenzio di quella sospensione, pesa la fatica di aver visto gli adulti dare il peggior esempio di sé. Pesa che gli adulti abbiano confuso tutto: il gioco, lo sport, il concetto di genere, il concetto di orientamento sessuale, l’omofobia. Hanno fatto spazzatura di tutto questo. E lo hanno fatto di fronte ai loro figli, umiliati dallo spettacolo messo in scena da chi di loro si dovrebbe occupare in ben altro modo.
Dare botte per risolvere un conflitto, non riconoscere a maschi e femmine pari dignità e pari diritti in una sfida sportiva compiuta in pieno rispetto delle regole della Federazione, utilizzare il termine “omosessuale” come un’offesa, sentirsi indignati dal fatto che hanno dato dell’omosessuale a tuo figlio: molti dei temi che ho raccontato in questo libro sono incarnati nell’episodio di cronaca che ho appena descritto.
Il finale però è davvero inatteso. Perché all’improvviso, sul campo da gioco, ricompaiono i ragazzi che avevano dovuto interrompere la partita. L’arbitro vorrebbe rimandarli in spogliatoio: “Non si gioca più oggi. La partita è stata sospesa. Andate via da qui. Giocate per niente, tanto non decreterò mai un vincitore tra le vostre squadre, oggi pomeriggio”. I ragazzi invece rimangono lì sul campo. Ma qualcosa è cambiato rispetto a prima. Perché i giovani atleti delle due squadre, in realtà, hanno mescolato tutto. Si sono scambiati le maglie delle due formazioni, hanno messo un po’ di maschi di qua e di là dalla rete e hanno ricominciato a giocare. Così, semplicemente per divertirsi. Non per vincere né per perdere. Ma per dimostrare a chi li dovrebbe educare che nel cuore di un adolescente ci sono molti più valori di quelli che stanno nelle priorità educative di chi si occupa di loro. Quel pomeriggio l’arbitro non decreta nessuna vittoria per la classifica. Ma i ragazzi e le ragazze sul campo invece vincono la più bella vittoria della loro vita.
E’ da qui che dobbiamo ripartire. Tutti insieme. A volte contro la stessa ottusità degli adulti che non sanno vedere al di là del proprio naso, non sanno vedere la luna quando qualcuno gliela indica con il dito. E si fermano a guardare il dito.
Invece là fuori c’è tutto. La luna, il sole, il mare, le stelle. E ci siamo noi: maschi e femmine. Ma soprattutto noi esseri umani. Non identici. No, quello no. Ma uguali sì.”
Tratto dall’epilogo del volume di Alberto Pellai “Bulli e pupe. Come i maschi possono cambiare. Come le ragazze possono cambiarli”. Feltrinelli Ed, 2016