Chiarissima Ministra, oggi i giornali rilanciano la notizia in base alla quale lei ha confermato di voler emanare un regolamento che rende obbligatoria la presenza di un genitore all’uscita dalle scuole medie, così che il ritorno a casa degli studenti avvenga sotto la supervisione e la responsabilità di un adulto. Lei, allo stesso tempo, è la Ministra che ha messo al lavoro una Commissione che dovrà emanare le norme per l’utilizzo dello smartphone in classe a partire proprio dalla scuola media.
Ora, io come padre, mi trovo in un paradosso educativo: ho pensato che per la preadolescenza dei miei figli (e ne sto crescendo quattro) la cosa migliore fosse mandarli in giro in bicicletta e in autonomia nella nostra città che conta 15.000 abitanti circa. Personalmente credo che un preadolescente sia completamente capace di gestirsi il tragitto casa scuola (e non solo) e penso che le competenze necessarie per fare questa cosa siano fase- specifiche e adeguate per uno studente della scuola secondaria di primo grado. Allo stesso tempo, come padre ho deciso che i miei figli avrebbero avuto in mano il loro primo cellulare alla fine della scuola secondaria di primo grado, ovvero una volta terminati gli esami di terza media. Lo so che sembro un po’ preistorico, ma mi creda, mi sento abbastanza tranquillo, come papà, di aver fatto una scelta adeguata. Probabilmente non la migliore, ma adeguata.
Il mio motto come papà di pre-adolescenti è: più biciclette, meno smartphone. Mio figlio 11enne domenica scorsa ha ricevuto in dono per la sua Santa Cresima una bellissima bicicletta. Qualcuno avrebbe voluto dotarlo di uno smartphone, ma noi abbiamo chiesto ai nostri invitati di mettersi tutti insieme e di donargli una bicicletta. Secondo me, a 11 anni, gli è molto più utile di uno smartphone, perchè così può andare in giro per la città, andare a trovare un amico, andare all’oratorio o al campetto sportivo senza dover dipendere da noi genitori tutte le volte. Così conquista, oltre alla propria autonomia, un senso di autoefficacia e di sicurezza rispetto ai propri bisogni di esplorare il mondo e la vita. Certo, lo so che può correre dei rischi. Ma non c’è crescita senza rischio. E personalmente trovo che il rischio connesso all’andare in giro per la propria città in bicicletta e senza la “scorta” di un adulto sia comunque inferiore a quello derivante dal doversi gestire una vita online, dove – per antonomasia – gli adulti che proteggono sono spesso latitanti e le complessità che un pre—adolescente deve gestire sono quasi sempre superiori alle competenze che può mettere in gioco.
Ora mi chiedo: forse ho sbagliato tutto? In base a quello che lei propone, io avrei dovuto far regalare al mio 11enne uno smartphone e non la bicicletta. Ora penso che sia lei a doversi fare una domanda: e se avessi ragione io? Forse a 11 anni è più giusto imparare a tornare a casa da scuola in autonomia, piuttosto che imparare ad usare uno smartphone. Mi creda che per questo c’è tempo tutta la vita. E anche se si comincia a 14 anni, di solito si recupera molto molto velocemente. Mentre le competenze che un pre-adolescente impara quando mette in gioco la sua autonomia nella vita reale…… ecco quelle sono più difficili da apprendere nelle fasi successive della vita. Proprio perchè sono competenze fase-specifiche. Se non le metti in gioco all’età giusta, rischi di non acquisirle più in modo adeguato.
Secondo me dovrebbe rifletterci su. Io le lancio il mio motto: PIU’ BICICLETTE E MENO SMARTPHONE. Sono sicuro che tanti docenti e tanti genitori….sarebbero disposti a sottoscriverlo. E quindi, magari, sarebbe utile che parte dei fondi che avete in mente di investire nell’educazione digitale dei nostri figli, potrebbero essere convertiti in fondi per dotare le nostre città di più piste ciclabili.
Con la stima di sempre. Alberto Pellai